Lettera d’amore di una giornalista

Sedici anni di cellulare acceso tutte le notti, sedici anni di sorrisi interrotti, di affetti allontanati. Sedici anni a mettere te prima di me e prima di tutte le persone a cui voglio bene. Trattengo il respiro e in questa giornata in cui quasi quasi ti stramaledico ho bisogno di  rivederli tutti quei sedici anni. Uno a uno. Per capire, perché. Perché ti ho amato così tanto. E ci sei tu, mora e pallida, mamma di quel bimbo carbonizzato che non mi conosci e che ti sono piombata nella vita, a fare domande, mentre la vita ti portava via quella creatura. Io  ascolto e scrivo, ascolto e scrivo. E mi arrabbio con chi prova a cambiare le mie parole. Non sono le tue, non quelle esatte. Servono le tue, pretendo le tue e ci riesco. E ancora me lo sento addosso il tuo abbraccio davanti alla bara bianca con la tua voce che mi sussurra nell’orecchio “Grazie per non avermi condannata”. E quell’abbraccio mi porta fino all’inferno e ritorna ogni volta a distanza di anni. Ci sei tu, papà innamorato, che gridi “Principessa” in mezzo alla strada mentre la tua “Principessa” muore tra le lamiere e un palo della luce. E io sono arrivata troppo in fretta e devo sentirli tutti quegli strilli e non so se ce la faccio. E poi c’è il papà di Sara e la sua foto stretta tra le mani, per quella maledetta notte di Ferragosto con quel Suv e quell’uomo imbottito di cocaina. E bisogna dirlo che c’è la cocaina, bisogna scriverlo che si legga bene perché altrimenti, se non ci fosse stata, Sara sarebbe stata ancora qui con il suo papà. Ci sono i poliziotti che con il telo bianco difendono la dignità dell’addio del loro collega, c’è quel cellulare che squilla fra le lamiere della vita Litoranea. Le parole vanno usate bene, lette cento volte e poi se serve vanno cancellate e riscritte meglio. E lo sa bene quel capo che quella notte lo ha capito che dopo quattordici ore poteva essere difficile usarle bene le parole. Ma lui scherza, aspetta e  ci crede più di me in te malgrado pure lui lo hai tradito mille volte. E allora scrivo e lui rimane al telefono. Lui che s’arrabbia sempre stavolta sta zitto, mi conta con dolcezza i minuti che mancano alla chiusura del giornale e mi promette che poi mi lascia andare a dormire. Lui per strada c’è stato prima di me e più di me, lo sa come ci si comporta a quell’ora della notte fra colleghi. Alla fine, pure quella volta, non vomito ma scrivo. E ci sono decine di volti, di nomi, di occhi, di sguardi. Le notti in bianco, le giornate sotto la pioggia, le case distrutte dall’alluvione e quelle persone che mi dicono che l’acqua gli ha portato via tutto. Ci sono decine di no a chi vuole che scriva come piace a loro. I “vaffanculo”. Ci sono i “Se scrivi, so cazzi tuoi”. E io che ho scritto e per il resto, staremo a vedere. Ma non perché non avessi paura ma perché si fa così. Ci sono le notti con la polizia e quelle con i carabinieri. E ci sono le notti in cui polizia e carabinieri ti cacciano via, ma tu lì ci devi stare. Perché si fa così pure questo. C’è lo sguardo di quel maresciallo che gli tocca dire a quella madre che suo figlio il mare se l’è portato via e non glielo lo ridarà. Ci sono gli operai dell’Alitalia che quella fusione, vendita, cessione o cosa diavolo fosse nemmeno loro lo sanno ma non la vogliono. Perché loro l’hanno capito che significa quella roba lì. <Perdiamo il posto di lavoro> urlano. Non è facile, nemmeno stavolta, ma scrivo quello che dico io e come voglio io. E ci sono i tassisti, arrabbiati che gridano  <i giornalisti non ce li vogliamo, perché sono infami>. E quanto ho gridato pure io quella sera. Perché non me lo possono venire a dire a me che siamo tutti uguali. Perché non siamo tutti uguali, perché c’è chi è meglio degli altri perché sta lì per strada con loro e a ricordarsi a distanza di anni tutte le parole e tutti gli sguardi.  Tutte quelle verità, senza averne tradita nemmeno mezza. Forse, mio caro giornalismo, tutto questo scavare e scrivere basterà per non stramaledirti. Pure stavolta.

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *